La sconosciuta

Ed ecco la doppietta:

39) La ragazza del treno (Paula Hawkins, 2015, pag. 306): Desidero partire, stavolta, dal film tratto dal libro: ma perché hanno cambiato location? Non li capisco quando certi autori/registi fanno così. Il libro è ambientato a Londra; la storia del film (alla cui produzione la Hawkins non ha partecipato) si svolge invece a New York. Ma New York non è Londra. E viceversa. Le loro periferie sono differenti, la gente che le vive è diversa, per cui perché cambiare il luogo che fa da sfondo al thriller? Mah, davvero non lo capisco (e non lo sopporto neanche, se mi è concesso). E poi, che brutto film: è messo in scena tutto di fretta, tralasciando molti dei passaggi essenziali. Sul serio: lasciate stare il film che si becca, come voto, uno sciatto e inespressivo 2=. E non sono nemmeno l’unico a pensarla così. Qui.
Leggete il libro, piuttosto. E’ di tutt’altra fattura. Viva essenza. Personalmente, dopo aver fatto un po’ di fatica a sopportare, nel vero senso del termine, i primi capitoli in cui lo stato di inettitudine e di inaffidabilità della protagonista è a livelli indecenti, sempre più aggrappata all’alcol mentre cerca di condurre una pessima esistenza, ho iniziato ad apprezzare, con un ritmo progressivo e crescente, il sopraggiungere dei primi interessanti eventi; con essi il vortice della paura asfissiante e del dolore che inchioda sono divenuti ancora più incalzanti e devastanti. In retrospettiva, l’autrice, con una trama molto avvincente, prova a descrivere l’animo femminile nella sue forme più espressive (adolescente ribelle, amante, cameriera, moglie, gallerista, tata, troia, e non necessariamente in questo ordine cit.) dove gli uomini, invece, ne escono annichiliti e del tutto inutili. Come, per la verità, spesso risultiamo di essere.
Voto tondo e pieno. 8.

40) La vita perfetta (Renée Knight, 2016, pag. 283): Tutti nascondono un segreto, dice la quarta di copertina. A volte più di uno, direi io, ma non è questo il punto. Succede sempre che ad un certo punto delle nostre vite, dopo aver pensato di sapere tutto, di aver capito come stanno le cose e di avere tutto sotto controllo, accade qualcosa che taglia, come una lama fa col burro, la patina dorata della nostra personale tranquillità. E tutto crolla. E’ ciò che accade alla protagonista di questo romanzo, Catherine Ravenscroft, che non vivrà più la sua “vita perfetta” a causa di un libro, di un racconto, di un evento svelato al mondo, da non si sa bene chi, accaduto nel suo passato e che nessuno ha mai conosciuto prima di allora. Da quel momento in poi, ci saranno soltanto vittime e carnefici i cui ruoli si mischieranno, come in una danza tribale dai risvolti introspettivi acuti e dalle dinamiche psicologiche profonde e che farà in modo che alle loro vite venga aggiunto solo tanto altro dolore. E questa volta per molti di loro sarà quello definitivo.
Voto 8,5.

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Al gusto di cioccolato

36) Amore, prozac e altre curiosità (Lucía Etxebarría, 1997, pag. 272): Cristina, Rosa e Anita (detta Ana) sono le 3 donne, le 3 sorelle protagoniste di questo romanzo. Ognuna di loro vive, “sente” la propria esistenza come inevitabilmente segnata da una cifra, non misurabile, di infelicità e reagiscono in maniera differente. Crisitina “sente” col proprio corpo e con l’uso di svariate droghe, si obnubila la mente al fine di non pensarci più; Rosa, invece, “sente” con la propria testa e se na va in giro (per la verità, molto poco) col portamento di chi non deve chiedere/osare mai, in nessuna situazione; Ana, infine, il personaggio centrale di cotanto calo depressivo, spera davvero di cambiarla questa esistenza bassa e grigia epperò non ce la fa a… suicidarsi. Per cui. In pratica, un libro che non porta da nessuna parte e che non dà alcuna forma di esegesi. E non affranca nemmeno.
Voto 5.

37) Mia suocera beve (Diego De Silva, 2015, pag. 344): Era da un po’ che non ridessi così tanto. E questo accade sempre, con matematica certezza, quando ci si imbatte con le storie dell’avv. Vincenzo Malinconico, con le sue trovate; se poi hai il piacere di conoscere anche sua suocera allora tutto diventa ancora più empatico. Vorrei vedere voi ad avere una suocera così caustica nei commenti. E’ ovvio che poi le si porta da bere dei superalcolici.
Voto 8,5.

38) Divorziare con stile (Diego De Silva, 2017, pag. 392): Il mio personaggio dell’estate 2017? L’avv. Benny Lacalamita. Ho avuto le convulsioni, dal ridere. La gente sulla spiaggia, i vicini di ombrellone, per intenderci, mi ha guardato come se fossi un malato di testa irreversibile. Non più recuperabile. Ad un certo punto avevo finanche le lacrime nelle orecchie, tanto dal ridere.
Voto 9,5.

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L’ordine del tempo

34) Piuttosto il diavolo (Ian Rankin, 2017, pag. 386): Rebus c’è, è tra noi (non direi tornato, perché alla fin fine non se n’è mai andato fuori dai giochi), ed è in splendida forma. Da civile, poi, direi che ha ancora più appeal. Perché investiga come un vero poliziotto ma non dovendo far riferimento a nessuno dei suoi ex acerrimi capi, riesce a dare più libero sfogo alle sue intuizioni. Non è stata, poi, questa la sua forza da più di 30 anni sulla scena dell’anticrimine scozzese? Ma non c’è soltanto John Rebus. Anche il suo alter ego è in splendida forma. Lui: Mr. Big Cafferty. E niente altro è possibile aggiungere, altrimenti vi rovinerei la giostra.
Voto 8.

35) Un po’ di follia in primavera (Alessia Gazzola, 2016, pag. 298): Le avventure dell’aspirante anatomopatologo Alice Allevi presso l’Istituto di Medicina Legale di Roma sono solo una parte dell’interesse che riveste questa giovane scrittrice ai mie occhi di curioso lettore. Dopo il primo approccio, qui, volevo soltanto leggere gli altri libri e sono partito da questo, dall’ultimo della saga. Storia tra il divertente e il malinconico e la lettura è scorsa piacevolmente veloce. Vediamo adesso gli altri, tanto ormai… mi ha preso e sono diventato un suo lettore.
Voto 7.

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Un po’ di follia in primavera

30) Il maestro delle ombre (Donato Carrisi, 2016, pag. 400): La trovata della città di Roma senza corrente elettrica, la sua possibile fine, il buio assoluto che sta per sopraggiungere durante il quale verrà messa a soqquadro, la bolla papale di Leone X (1521 A.D.) attraverso la quale questi comunicava che Roma non deve mai mai mai rimanere al buio, è da gran scrittore del genere, come Carrisi ha già dimostrato di esserlo nelle precedenti occasioni. Qui gli eventi corrono e si susseguono in poche ore. E col sopraggiungere dell’oscurità, delle tenebre, presto ogni cosa degenererà in una modalità “quasi” del tutto inaspettata.
Voto 7.

31) La donna di scorta (Diego De Silva, 2010, pag. 152): Una sola parola mi sovviene al ricordo delle pagine di questo libro: dignità. Le poche espressioni, le forti emozioni, le reciproche (in)comprensioni che sorgono tra i due protagonisti sono guidate da questa calda luce. Soprattutto da parte di Dorina, che nulla chiede al suo Livio ma che tutto sente. Con pazienza e con il massimo rispetto che ha sempre di se stessa.
Voto 7.

32) Non è la fine del mondo (Alessia Gazzola, 2016, pag. 219): Non so se vi è mai successo, ma incorrere, per caso, a leggere pagine di un’autrice del tutto sconosciuta e ritrovarsi sorpresi nell’incontro di una scrittura fluida, intelligente e spiritosa, rende allegri oltremisura. E ciò che mi è capitato di provare leggendo la storia di una tenace stagista, protagonista indomita e fiera del suo essere… donna.
Voto 8,5.

33) L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita (Alessandro D’Avenia, 2016, pag. 209): Un consiglio: leggetelo. E’ ciò che ripeto soprattutto a tutti coloro i quali hanno la grande possibilità di interpretare al meglio il proprio ruolo, quello dei cosiddetti giardinieri dell’umano. Fare gli insegnanti. Questo ragazzo, D’Avenia, è uno di loro e ha un vero talento: riempe i teatri di giovani. Parla ai ragazzi con amore raccontando di Giacomo Leopardi. Emozionandoli. Solo per questo motivo, varrebbe la pena di ascoltarlo e leggerlo, con attenzione e passione.
Voto 9,5.

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Di cosa parlo quando parlo di corsa

29) L’arte di correre (Murakami Haruki, 2007, pag. 157): Alla fine di questo lungo racconto del cosidetto scrittore maratoneta, l’indecisione che avevo per la scelta della maratona estera del prossimo autunno, va a scomparire. Perché mi è venuto un forte desiderio, leggendo questo libro, di partecipare all’Athens Authentic Marathon. Auspicabilmente il prossimo 12.11.2017.
E’ stato a dir poco entusiasmante il racconto legato all’idea, resa poi concreta in una calda alba d’estate (era il 18 Luglio del 1983), di percorrere il percorso Maratona – Atene, al contrario, partendo dalla capitale ellenica sino al raggiungimento del suo primo traguardo sulla distanza di 42.195 metri. Il tutto in solitaria.

Perché si dica quel che si vuole, ma io sono un maratoneta.

Voto 7,5.

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Occasioni perdute

28) Mancarsi (Diego De Silva, 2013, pag. 104): A leggere questo breve e dirompente romanzo, mi sono divertito soprattutto a trovare per iscritto certi pensieri per i quali vale la pena menzionarli; verità assolute, per me, che non hanno bisogno di alcuna dimostrazione:

Gli uomini facili prendono la sua rigidità come una forma di timidezza che è già un sì, e allora si fanno avanti, sperticandosi in penosi provini da cui escono puntualmente bocciati. Questa è la trappola della bellezza: se sei ben fatta il mondo si sente autorizzato ad averti o perlomeno a provarci, e così può avvicinarti, invaderti, parlarti anche se non rispondi e perfino se chiedi d’essere lasciata in pace. […] E poi guardateli, sono così prevedibili nell’approccio, striminziti nelle parole e impuniti nella sincerità, con quel pretendere di apparire simpatici e disinibiti subito, senza gradualità, senza riguardo e senza timidezza.

Voto 9.

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Arrangiati, Malinconico

26) Il covo di Teresa (Diego De Silva, 2013, pag. 48): Un racconto breve che si lascia leggere in maniera veloce; la storia di una donna coraggiosa, che mette da parte la propria infinita solitudine per accettare di vivere, seppur per poche ore, una compagnia pericolosa e di compiere azioni che non avrebbe mai pensato di fare prima, pur di fugare da sé, per pochi momenti, tutto lo stato di abbandono che la vita le ha riservato.
Voto 7.

27) Non avevo capito niente (Diego De Silva, 2014, pag. 314): Per chi non ha ancora conosciuto l’avvocato Malinconico e la sua vita incasinata il consiglio è di farlo subito. Te ne appassioni fin dalle prime pagine, con le sue autentiche chicche, i suoi ragionamenti, le sue debolezze e le sue meschinità nelle quali non puoi fare a meno, spesso, di riconoscerti. Ma anche di divertirti parecchio, perché il tutto è sapidamente condito da tanta (auto)ironia.
Voto 8.

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Leggo, dunque sono

24) L’amore è eterno finché non risponde (Ester Viola, 2016, pag. 224): iniziamo dall’ultimo letto, in ordine di tempo: un vero spasso. Non ho mai conosciuto prima d’ora una scrittrice così sui generis: si chiama Ester Viola. Avvocato, simpatica frequentatrice del mondo twitteriano, riesce a far colpo sulle persone giuste dell’editoria per cimentarsi, da neo scrittrice, a raccontare come vanno a schifìo, al tempo d’oggi, i nostri innamoramenti mentre moriamo di social network. Libro divertente, acuto, con delle chicche cristalline:

Si lasciano i ricchi, si lasciano quelli che non avrebbero i soldi per lasciarsi, si lasciano gli innamorati, si lasciano persino quelli che si erano messi insieme per non lasciarsi soli. Si lasciano tutti, è solo questione di quando.

Voto felliniano: 8,5.

25) Maratoneti. Storie di corse e di corridori (Marco Patucchi, 2014, pag. 189): una raccolta di belle e coinvolgenti storie di passione per questa follia rappresentata dai 42,195 km di corsa a piedi. Ad imperitura memoria, due eventi: l’impresa del giapponese Shizo Kanakuri, l’atleta che si addormentò alla maratona olimpica del 1912, a Stoccolma; lo diedero per disperso per poi ritrovarlo, a distanza di svariati anni, di nuovo nel suo Paese, ancora ignaro di quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Tornerà a Stoccolma nel 1967 per terminare ciò che aveva iniziato in quell’edizione olimpica così lontana: completare la maratona con il tempo record di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi. E poi c’è lui. Colui che divenne leggenda, a Roma, nel 1960.
Voto 7.

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Leggere migliora l’umore

21) Central Park (Guillaume Musso, 2015, pag. 220): Una storia surreale, un incontro tra un uomo americano e una donna francese, perfettamente sconosciuti, che si snoda e si sviluppa nell’area metropolitana di New York, con diversi flashback sulla vita (di lei) precedentemente trascorsa, in quel di Parigi, che portano a rivisitare, anche solo con l’immaginazione, i luoghi più tipici delle due grandi città. E un buon stile immaginifico come scrittura. Voto 7.

22) Gioco pericoloso (Gabriella Genisi, 2014, pag. 192): solo per la scoperta di questa meraviglia musicale ascoltata in un’accesa notte con mille luci blu, varrebbe un buon motivo per determinare un voto decisamente più interessante. Ma l’indagine del bel commissario Lolita Lobosco non ha né acuti né slanci, per cui il giudizio rimane insufficiente. Voto 5.

23) La ragazza nella nebbia (Donato Carrisi, 2015, pag. 373): Una storia inquietante che ti coglie di sorpesa, alle spalle e che ad ogni pagina superata hai solo voglia di andare ancora avanti per cercare di arrivare alla fine e capire cosa mai sia successo in quella piccola comunità montana. Prima che lo facciano… i mass media. Voto 9.

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La nostra filosofia

Correre è una filosofia. Perché si corre (Gaia De Pascale, 2014, pagg. 175-177).

Libro consigliatissimo, a chi (e non solo) ha questa malattia: la corsa.

Si corre:
– per dimostrare il proprio valore, come gli dèi e gli eroi greci, come i molti che, giorno dopo giorno, ingaggiano la propria battaglia per correggere le storture del destino;
– per recuperare la propria infanzia, sempre alla ricerca del tempo perduto, di un’oasi di purezza alla quale tendere, senza accontentarsi di guardarla con nostalgia;
– per agguantare la propria libertà: oltre i vincoli sociali, culturali, oltre alle sbarre di qualsiasi prigione, mentale o reale, fisica o emotiva;
– per dare più senso alla propria vita, o per costruirsene una diversa, fatta a propria immagine e somiglianza;
– per provare emozioni, sempre più intense, sempre più vere;
– perché si è un po’ folli e perché si cerca, nel caos contemporaneo, di trovare il proprio scampolo di solitudine;
– per migliorare la propri salute e per prendere lezioni di verità dal proprio corpo;
– per provare dolore e per imparare ad accettarlo, in un costante esercizio di determinazione, fino a diventare abbastanza resilienti da far fronte a qualunque ostacolo esistenziale;
– per spogliarsi dei condizionamenti e fare qualcosa solo per sé, qualcosa che valga solo nel momento in cui si compie, nel qui e ora del suo svolgimento, e che racchiuda in questo presente di fatica e sudore il senso di tutto il passato e di tutto il futuro;
– perché si è competitivi;
– perché si ama la natura;
– perché si sente l’esigenza di immergersi nel paesaggio;
– per scappare dalla povertà;
– per affrontare incubi e paure.

E l’elenco potrebbe continuare.

Si dice che avere troppe possibilità equivalga a non averne nessuna. Lo stesso ragionamento è valido per le motivazioni: averne un numero così ampio significa, di fatto, non averne. I racconti dei corridori sono accomunati da un dato: alla domanda «Perché corri? » nessuno è in grado di fornirne una risposta precisa. Qualcuno azzarda un’ipotesi banale, qualcun altro non risponde, i più affermano la loro semplice verità: «Perché mi piace».
È tutto qui. Si corre perché correre piace. Perché correre rende felici. La felicità del niente, che si srotola in un tempo suo proprio, al di là del lavoro, del tempo libero, delle tabelle di marcia dell’efficienza. La felicità del non avere nessuna risposta per una domanda, del non saper giustificare quello che si sta facendo. Silenzio come opposizione alle parole d’ordine, spontaneità del gesto come schermo all’artificio che ci governa quotidianamente. Fuori della corsa ogni cosa ha la sua funzione, il suo nome, la sua spiegazione. Dentro la corsa risplende la beatitudine della parola non detta, l’ammutolirsi della lingua nel suo essere fuori posto, fuori tempo. Eccola qui, la felicità della corsa, il gusto di un gesto senza senso, che non produce niente, che non serve a niente.
Nemmeno il traguardo conta. Nemmeno il risultato.
Un’attività che si bea dei suoi aspetti estremi, che ostenta il suo essere “fuori norma”, che viaggia sulle ali dell’effimero: partire anche se si sa che non si arriverà mai primi, fare qualcosa di grandioso senza lasciare traccia.
Ci hanno provato, runner di vari livelli, a dare una spiegazione a tutto questo: il loro silenzio resta la risposta migliore.
Volendo proprio scegliere delle parole e farle assurgere a manifesto di quanto raccontato in queste pagine, sceglierei queste di Kílian Jornet, che con una semplice frase dice tutto quello che c’è da dire: «Non è più forte colui che arriva primo, bensì colui che gode maggiormente facendo ciò che fa».
Vince chi gode di più.

In fondo, quale felicità più grande si potrebbe rincorrere?

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